Fashion

Al Maglificio Gran Sasso la parola d’ordine è sostenibiltà

Sentiamo continuamente parlare di sostenibilità, ma vi siete mai chiesti cosa fa nel concreto una grande azienda nel settore moda, conosciuto per essere il secondo più inquinante al mondo dopo quello del petrolio?


Per chi non la conoscesse il Maglificio Gran Sasso, situato a Sant’Egidio alla Vibrata, un piccolo paese al confine tra Marche e Abruzzo, è fra i primi maglifici in Italia per fatturato ed estensione ed il primo nel raggio di 500 km.

L’idea di creare un maglificio nasce nel lontano 1952, quando i quattro fratelli Nello, Eraldo, Alceo e Francesco Di Stefano cominciano a vendere come ambulanti i piccoli lavori sartoriali che la madre, abile con la macchina da
cucire, realizzava. Poi i prodotti cominciano a essere commercializzati e si passa alla produzione in larga scala.
E’ così che nasce il maglificio Gran Sasso, fondato su una tradizione familiare portata avanti tutt’oggi. In azienda, infatti, sono ancora presenti due dei fondatori e i ruoli amministrativi e gestionali sono stati affidati ai figli e ai
nipoti. Dunque, un’azienda a completa gestione familiare.

Il che può essere, dice Luca Calcagnoli CFO, IT e Innovation manager del Maglificio Gran Sasso, un vantaggio perché permette di mantenere una produzione di alto livello e ordine in azienda.

Se parliamo di moda oggi, il pensiero va quasi immediatamente alle grandi industrie del Nord Italia. Cosa vuol dire essere, invece, un’azienda del Centro e competere con le grandi aziende del Nord? Risponde Calcagnoli:

“Ci sono sicuramente molti svantaggi: innanzitutto mancano le infrastrutture. La Gran Sasso ha dovuto investire
di tasca propria per avere la fibra ottica, che a Sant’Egidio non c’era; inoltre manca un collegamento autostradale veloce e ciò causa dei piccoli ritardi nella distribuzione. Un vantaggio però può essere quello di aver creato un distretto: essendo il maglificio più grande nel territorio, tutte le aziende che ruotano intorno lavorano quasi esclusivamente per la Gran Sasso (cosa che in un’azienda a Milano non può accadere, essendo la competizione molto più alta)”.


Gran Sasso e la sostenibilità


Alcune aziende hanno la sostenibilità iscritta nel DNA, altre si sono avvicinate a questo percorso virtuoso negli anni. Da quando la Gran Sasso è diventata un’azienda sostenibile e perché?


“Il progetto architettonico dell’azienda, iniziato nel 2003 terminato nel 2007, era già nato con l’intenzione di creare una struttura neutrale nei confronti dell’ambiente, che si integrasse a esso e non lo invadesse. L’area dell’azienda si estende per circa 100000 m2 , di cui solo 35 sono costruiti mentre i restanti 65 sono costituiti da zone verdi. Foto che abbiamo fatto realizzare dall’alto testimoniano come l’impatto ambientale sia praticamente nullo: si vede solo il tetto e c’è l’idea in corso di ricoprirlo interamente d’erba, sempre se possibile per motivi di tenuta strutturale.
Esistono due tipi di sostenibilità: economica ed etica. Dal punto di vista economico l’azienda è dotata di un impianto
fotovoltaico da 1 mw, che ricopre circa il 75% del consumo aziendale. In più la struttura è riscaldata con pompe di calore, quindi non usa gas metano.
Dal punto di vista etico sono molte le iniziative che l’azienda ha già intrapreso e altrettante quelle in attesa di essere messe in pratica. Nella realizzazione dei prodotti viene usato il 90% di scarti, gli scatoloni di cartone sono realizzati al 95% con carta riciclata, si stanno sostituendo piano piano le buste di plastica con buste di cotone organico, gli scarti del tagliato vengono riutilizzati se possibile oppure smaltiti attraverso fornitori specializzati o ancora dati ad associazioni benefiche che li utilizzano per varie attività, come la realizzazione di bambole. Un
progetto, che è stato intrapreso nel 2005, è il progetto paperless, che si pone come obiettivo quello di ridurre entro due anni le stampanti presenti in azienda da 50 a 3 e ridurre e annullare l’uso di carta (attualmente ogni dipendente usa una risma e mezza di carta al giorno). Una decisione che fa parte di questo progetto ed è già stata messa in pratica è quella di non stampare più le buste paga, ma farle visualizzare a ogni dipendente nella loro apposita area riservata online. Fra le idee che molto probabilmente verranno messe in pratica nel futuro più prossimo ci sono quella di realizzare prodotti con un periodo di riciclo più breve, utilizzando materiali biodegradabili per zip e materiali organici che possono essere buttati nell’umido, e creare etichette che contengano informazioni su come riciclare un prodotto, proprio come al supermercato. Un’altra idea è quella di donare gli scarti ad associazioni benefiche che possano poi realizzare oggetti con il logo della Gran Sasso sopra, che vengano poi venduti sul sito dell’azienda. Una cosa del genere viene già fatta da Lamborghini, che manda gli scarti di pellame delle sellerie delle macchine alla Onlus, associazione che dà lavoro agli immigrati, per fare portachiavi con il logo della Lamborghini sopra che vengono poi venduti sul sito internet e il cui ricavato è donato alla Onlus stessa”.

Ma perché investire economicamente così tanto sulla sostenibilità?


Risponde ancora Calcagnoli:

“Perché essere sostenibili darà presto, anzi, lo sta già dando, un vantaggio sulla competitività. Fra 5 anni gli stakeholder prima di chiedere quanto sia il fatturato di un’azienda chiederanno “cosa fate per essere sostenibili?”
Ma sostenibilità non è solo quella ambientale. Si parla di sostenibilità anche quando si parla dei lavoratori e delle loro condizioni. Il settore moda non è di certo uno di quelli riconosciuti per dare paghe altissime e condizioni lavorative eccellenti, ma la Gran Sasso si impegna a rendere l’ambiente di lavoro gradevole e poco competitivo, tanto che i suoi lavoratori rimangono nel maglificio in media per 33 anni. L’azienda fornisce un sistema di mensa attivo e una polizza sanitaria per tutti i dipendenti pagata di tasca propria. Fra i progetti futuri vi sono quello di
prevedere l’installazione di colonnine elettriche nei parcheggi per permettere ai dipendenti con macchine elettriche di ricaricare le loro autovetture e organizzare attività di fitness per il welfare dei lavoratori”.

(a cura di Chiara Sperandio, Green ambassador IED)

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