Ilaria Venturini Fendi e la sua svolta fashion green con Carmina Campus

Può succedere nella vita di nascere da famiglie importanti che sono al centro dell’attenzione dei media ( e non solo) a causa dell’attività imprenditoriale prestigiosa, come è il caso della famiglia Fendi. Può anche capitare di lavorare a lungo nell’azienda di famiglia con successo e professionalità, ma se nella vita arriva la chiamata, ovvero ciò che spinge le persone ad abbracciare, secondo la lettura di Joseph Campbell, il viaggio dell’eroe ( e chi lo conosce sa, che questo viaggio, solitamente ci trasforma e ci rende diversi da ciò che eravamo prima), non si può tornare indietro e il sapore di ciò che degustavamo prima e sembrava piacerci cambia completamente e ci spinge a cercare nuove strade. Questo è un po’ quello che è accaduto a Ilaria Venturini Fendi che ha lavorato a lungo nell’azienda di famiglia come Direttore Creativo Accessori di Fendissime  e come Shoe Designer sempre presso Fendi, anche dopo la cessione del brand a un gruppo straniero del lusso, ma che a un certo punto ha maturato nuovi sogni, aspettative e curiosità, soprattutto nella direzione della moda sostenibile e ha cambiato completamente strada fondando il marchio di accessori sostenibili Carmina Campus.

GaiaZoe l’ha intervistata:

 

Come nasce la sua passione per il riciclo e il riuso nella moda, viste le sue origini e il lavoro svolto nell’azienda di famiglia?

Nasce qualche tempo dopo aver iniziato la mia attività di imprenditrice agricola biologica, a cui mi sono dedicata dopo aver lavorato a lungo come designer nell’azienda di famiglia. Ho mantenuto i miei ruoli a lungo in azienda e grazie a questa lunga esperienza ho acquisito un know-how che mi ha permesso di fare un lavoro che ho amato moltissimo. Però i ritmi sempre più accelerati delle collezioni mi hanno fatto perdere ad un certo punto il senso di ciò che stavo facendo. L’idea che il mondo stesse cambiando intorno a noi mentre la moda seguiva delle logiche tutte sue che non tenevano conto della crisi ambientale e sociale già allora evidente, mi ha posto molti interrogativi. Ho sentito il bisogno di cambiare e ritrovare il contatto con la natura che grazie a mio padre avevo avuto nell’infanzia  e nel cercare un piccolo pezzo di terra vicino Roma dove trascorrere i fine settimana mi sono imbattuta in un’azienda agricola di cui mi sono subito innamorata. Era però un posto molto più grande di quello che cercavo e per  acquistarlo alla fine ho preso la decisione di lasciarmi tutto alle spalle e iniziare una nuova vita. Sono diventata quindi imprenditrice agricola e da subito ho preso a strada del biologico. Tutto questo mi ha completamente assorbito per diverso tempo facendomi credere che la moda fosse un mondo a cui non appartenevo più. Poi ho cominciato a sentire nostalgia per il lavoro creativo e ho pensato di iniziare un progetto tutto mio che non fosse però in conflitto con i principi per me ormai irrinunciabili del rispetto per l’ambiente e la natura e dell’impegno negli scopi sociali.  Anzi, la prima fonte di ispirazione per questo progetto è stata proprio I Casali del Pino, l’ azienda agricola, che mi ha fatto capire quanto sia importante preservare ciò che abbiamo per le generazioni future.

Nel 2006 ha creato Cramina Campus il suo brand sostenibile di accessori. Pensa di aver vinto questa scommessa, visto che è stata una delle prime imprenditrici a lanciarsi in questo ambito?

Avere una coscienza e consapevolezza ambientale è ormai un presupposto imprescindibile per tutti, qualunque sia la propria attività. Io sono anni che metto in atto questo presupposto anche nella moda, facendo borse e accessori  con la medesima cura per il design e la manifattura italiana che usavo una volta, ma utilizzando materiali dismessi, campionari, ritagli , scarti. Sicuramente all’inizio è stato difficile far capire che un prodotto realizzato con materiali di riuso non è necessariamente un oggetto cheap, anche perché quando ho cominciato non esisteva niente di simile a ciò che stavo facendo. In questo senso mi sento orgogliosa di essere stata una specie di pioniera e aver vinto la mia sfida a livello personale.  Ma a livello generale non mi sembra affatto una scommessa vinta, purtroppo, nonostante oggi non si faccia altro che parlare di sostenibilità. Sinceramente guardandomi intorno ho l’impressione che gli altri stiano facendo oggi quello che io ho fatto già quasi vent’anni fa e non mi sembra che questo sia sufficiente. Io non mi sento arrivata perché il problema sussiste ancora ed  è necessario continuare ad evolversi

Come avviene il processo creativo per le  sue collezioni? E la selezione delle materie prime?

Contrariamente a quello che avveniva prima sono i materiali a suggerirmi temi o modelli per una borsa o un oggetto. Una volta lavoravo prima sull’idea e poi cercavo come realizzarla. Oggi è l’inverso.  Mentre all’inizio ho utilizzato soprattutto  il vintage, poi ho cominciato a cercare giacenze di magazzino, campionari, materiali difettati non buoni per il loro scopo originale ma ottimi per diventare parte di una borsa. E poi sono arrivata a collaborare con diverse aziende per trovare un utilizzo creativo ai loro scarti industriali.  Ovviamente lavorare con materie prime preziose non è la stessa cosa che utilizzare scarti o materiali poveri,  il risultato è sicuramente diverso, ma non per questo meno valido. Vengo da un mondo che mi ha insegnato l’eccellenza e quindi non riuscirei anche volendo a puntare a standard bassi.  Per me ha grande importanza la cura con cui i materiali più poveri vengono lavorati e l’unicità e originalità del pezzo finito.

Che legame c’è tra le sue collezioni e la sua azienda agricola?

L’azienda agricola è l’ambiente da cui traggo continuamente ispirazione e forza e che mi convince sempre più che la ricerca della sostenibilità è l’unica strada percorribile, di qualunque attività ci si occupi. Non a caso la sede creativa di Carmina Campus è situata in uno degli edifici all’ interno dei Casali del Pino e attraversando una porta passo da un mondo all’altro. Ho chiamato inoltre il mio brand Carmina Campus, un nome con assonanza latina,  proprio perché  richiama l’idea dei campi e della natura ma anche il  campus  come luogo di incontro.

Quali sono le caratteristiche sostenibili di questo spazio?

E’ un’azienda agricola di 174 ettari  poco distante da Roma Nord e la sua fortuna è stata di essere salvata dall’urbanizzazione circostante grazie al fatto di essere tutelata da vincoli paesaggistici, naturalistici e archeologici. Infatti è all’interno del Parco di Veio e contiene molte tracce del suo passato romano ed etrusco. Un pezzo di campagna romana praticamente in città, in cui le pecore che allevo pascolano liberamente sulle colline, le colture sono biologiche e a rotazione. Gli edifici rurali del borgo, che avevo trovato per lo più diroccati, sono stati ripristinati con criteri conservativi e sostenibili dopo molti studi e tanta burocrazia per avere tutti i necessari permessi. Da un casale che ospitava un tempo i braccianti e le loro famiglie è stato ricavato un piccolo agriturismo, mentre una stalla è oggi il laboratorio di trasformazione con il punto vendita. Poiché un posto come questo per me deve essere anche un luogo di aggregazione e un punto di riferimento per chi ama la sostenibilità e la difesa dell’ambiente, un’altra stalla, molto grande, è diventata una sala multifunzionale da più di 500 posti utilizzata per congressi ed eventi come FloraCult, la mostra di piante, fiori e vita sostenibile che organizzo ogni anno, oggi sospesa ma che riprenderà sicuramente al termine della pandemia. Questo edificio è l’unico che esibisce i segni architettonici della contemporaneità con l’inserimento di tre camini solari che hanno una funzione termoregolatrice, d’inverno le vetrate scaldano l’aria come una serra, d’estate un sistema di ventole la fa circolare rinfrescandola.


Produce anche prodotti bio?

 
Si certo. Allevo pecore da latte e produco diversi tipi di formaggi freschi e stagionati, tra cui la mozzarella di pecora e un pecorino con il caglio vegetale, una nostra specialità,  oltre ad altri prodotti come il miele. Ho un ciclo di prodotto completo a  km 0 e tutto quello che cresce o viene coltivato  viene trasformato in azienda e poi venduto nel nostro punto vendita aziendale o anche esternamente in negozi bio come NaturaSi, uno dei nostri principali clienti, e gastronomie di alta qualità.

Come vede il futuro del pianeta e della moda?

Confesso di non essere molto ottimista. L’avvento dell’ Antropocene ci dice che ormai l’era geologica dell’uomo ha causato dei cambiamenti irreversibili al pianeta di cui non siamo in grado di valutare appieno le conseguenze. Però la mobilitazione generale che vedo oggi nei ragazzi mi sembra stia finalmente smuovendo qualcosa e spero che questo possa accelerare un’inversione di tendenza prima che sia troppo tardi. E’ per questo motivo che negli ultimi mesi mi sto impegnando moltissimo nel sostenere una campagna che potrebbe portare a qualcosa di importante e concreto. Mi rivolgo soprattutto ai giovani per sostenere Stopglobalwarming.eu. Si tratta di raccogliere un milione di firme in sette paesi dell’UE entro il 22 luglio per proporre alla Commissione l’introduzione della carbon tax sulle emissioni delle imprese, creando però una compensazione con la contemporanea diminuzione delle tasse sul lavoro, affinché il costo di questa transizione non venga scaricato sui consumatori. Più tasse per chi inquina, meno tasse sul lavoro. E’ un’idea che nasce dagli studi elaborati da diversi accreditati economisti tra cui 27 premi Nobel. Invito tutti a firmare entrando su stopglobalwarming.eu e a diffondere con ogni mezzo la campagna che tra l’altro sta raccogliendo le adesioni di moltissime istituzioni, aziende, personaggi del mondo culturale e scientifico italiani e internazionali. Per non parlare poi di attori, cantanti e star dei social che stanno anche creando dei contenuti originali per promuoverla. Trovate tutto sul sito
Per ciò che riguarda in particolare la moda credo che il modello esistente sia ormai alle corde. Anche la pandemia ha contribuito a sconvolgere l’intero sistema.

 

Pensa che la moda possa essere veramente cambiata?

Oggi si fanno  i green carpet per la sostenibilità, ma fino a poco tempo fa era poco interessata a certi argomenti. La sostenibilità nel frattempo è diventata un trend e quindi la moda si sta adeguando per seguirlo, cosa già strana perché una volta era la moda stessa a dettare i trend e non il contrario. E comunque questo trend tardivo è già superato dall’incalzare dei cambiamenti. Una proposta come quella di Stopglobalwarming.eu, cioè introdurre una tassazione sulle emissioni compensata da meno tasse sul lavoro, sarebbe un modo per imporre la transizione anche nella moda, che secondo me  così come oggi non ha futuro. Sicuramente la moda non scomparirà perché è qualcosa che da sempre ha attraversato le epoche e fa parte dei comportamenti sociali dell’uomo, ma diventerà un’altra cosa. Credo che sarà vincente l’idea  di una moda utile, funzionale,  al servizio di valori diversi e che la tecnologia sarà sempre più essenziale al suo sviluppo. Scienza e tecnologia mi sembrano gli  abbinamenti più promettenti. Bisognerà però evitare che i prodotti più avanzati siano disponibili solo per pochi e che non creino ulteriori divari tra ricchi e poveri.

 

 

Vede dei cambiamenti nei grandi brand?

Diciamo che vedo più convinzione e autenticità nei nuovi brand e nei giovani che impostano i loro marchi in chiave green si dall’inizio. Sicuramente per un grande brand le riconversioni, soprattutto se dettate prevalentemente da ragioni di marketing, sono molto più complesse. E’ stato dimostrato però che anche in termini economici  riconvertirsi conviene alle stesse aziende

 

 

Come si caratterizza la sua prossima collezione?

In realtà da qualche anno mi sono sganciata  dal sistema delle collezioni. Sin dall’inizio ho sempre teorizzato di un prodotto unico che duri nel tempo, di un design non legato alle stagioni, ma poi il meccanismo commerciale mi imponeva di adeguarmi ai calendari delle campagne vendita e quindi pur avendo un prodotto e un concept diverso dovevo muovermi dentro lo stesso sistema. Nel tempo sono riuscita a creare per il mio brand un modello che rispecchia di più i miei valori e il mio modo di pensare. Preferisco vendere direttamente ai miei clienti finali attraverso il mio punto vendita su Roma, RE(f)USE,  o  lo shop online, tornando all’idea del km 0 anche per Carmina Campus.

Inoltre le mie collezioni nascono anche dalle consulenze che faccio per altre aziende.  Infatti da quando ho cominciato nel 2006  ho fatto tante cose accumulando esperienze che sento di poter mettere a disposizione di altri.  Mi piace costruire progetti di design collaborando con istituzioni o industrie,  anche non appartenenti al settore moda, per il riuso creativo dei loro scarti  che trasformati in risorse possono diventare piccoli esempi di economia circolare. 
Per citare la più recente ho iniziato da poco TOGETHER FOR SCIENCE, un’edizione limitata di borse (già in vendita online) realizzata per l‘Associazione Luca Coscioni e la sua piattaforma Science for Democracy, utilizzando felpe o shopping di tela provenienti dal loro merchandising e abbinandoli ad altri materiali di scarto. Le repliche dei due modelli di questa collezione sono come sempre tutti pezzi unici. Lo scopo è quello di promuovere la libertà di ricerca scientifica, attribuendo alla Scienza il valore di diritto umano  all’interno delle società democratiche.
 

(Intervista a cura di Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life)

 

 

 

 
gaiazoe

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