La schiavitù esiste anche nelle nostre città

schiavitù

Parlando di globalizzazione, spesso i nemici del made in China o in altri Paesi del mondo, di quelli che un tempo venivano definiti il 3° mondo ( a proposito, ma esiste ancora?) accusano l’Occidente di aver trasformato in schiave intere popolazioni con la scusa che “meglio un bambino che lavora a un vestito, invece che venduto come schiavo sessuale”, come se, imporre a un bimbo che potrebbe essere nostro figlio, di lavorare 8 ore al giorno per consentirci di acquistare una maglietta a  5/10 euro in Occidente (vi siete mai chiesti quanto venga pagato un operaio che ha confezionato la vostra t-shirt?), non fosse già una forma odiosa di schiavitù moderna e contemporanea (ndr ho smesso, per inciso,  di acquistare abiti nelle cheap chain, da quando, una volta, ha immaginato mia figlia di 6 anni al posto di quei bambini e, oggettivamente, non ce l’ho fatta più a entrare in uno di questi negozi a cui prediligo, lo swap tra mamme, il riuso e il riciclo anche di miei capi, piuttosto che acquistare abbigliamento confezionato da coetanei di mia figlia, anche se si trovano dall’altra parte del mondo), detto questo, è anche evidente come la schiavitù, ormai sia arrivata anche da questa parte del mondo, è sotto gli occhi di tutti e ne siamo anche complici e se vi state chiedendo come lo siate stati, vi chiedo: avete mai ordinato un pasto usando un’app che vi consente di ricevere a casa qualsiasi tipo di cibo, grazie a dei baldi giovani che sfrecciano nelle vostre città? Oppure, non avete mai ricevuto a casa di domenica, uno smalto o un rossetto che avevate ordinato il giorno prima e non perché fosse davvero così fondamentale averlo a tutti i costi?

Se non lo avete mai fatto e non lo fate, potete anche smettere di leggere questo post, altrimenti vi spiego come siete diventati degli sfruttatori di persone deboli.

E’ di qualche giorno fa la notizia che un gestore come Uber Italia sia stato commissariato dal tribunale di Milano per lo sfruttamento di rider addetti alle consegne di Uber Eats: l’accusa sarebbe di caporalato.

Per non parlare delle numerose denunce da parte dei media del probabile sfruttamento dei lavoratori da parte di Amazon. La precisione “svizzera” di cui noi utenti godiamo, quando ci viene consegnata la merce ordinata, non è, propriamente, frutto di attenzione ai lavoratori ( ci avete fatto caso che, una volta consegnatovi il pacco, in tempo reale, vi arriva una comunicazione via mail? Lo sapete che i dipendenti e i collaboratori che effettuano le consegne sono, praticamente, tracciati? Ecco, e non è questa la tracciabilità di cui parliamo, quando ci riferiamo alla sostenibilità). lo scorso anno, i driver che effettuano le consegne avevano organizzato una manifestazione per astenersi dalle consegne: «Le aziende in appalto per accaparrarsi qualche rotta in più spremono i dipendenti per consegnare tutto ciò che gli è stato assegnato anche quando il furgone è colmo di pacchi. Non si prendono in considerazione le condizioni meteo, la lunghezza dei tragitti, il traffico. L’importante è consegnare tutto e velocemente. Durante il periodo di novembre e dicembre il numero dei dipendenti assunti per le consegne dalle aziende in appalto ad Amazon è triplicato ma erano tutte assunzioni a tempo determinato», queste le parole dei sindacati raccolte dal Messaggero lo scorso anno.

 

Come sempre i consumatori possono fare qualcosa: orientare i consumi

Che poi è esattamente ciò che è stato fatto finora, quindi, bisognerebbe orientarli in maniera virtuosa ed etica, come, ad esempio, evitando quelle aziende internazionali che, per l’appunto, sono note per la mancanza di rispetto nei riguardi dei lavoratori.  O ridurre gli ordini a quelle multinazionali che, spesso non pagano nemmeno le tasse in Italia o ricordarsi che se aspettiamo il lunedì per ricevere un qualsiasi prodotto, non muore nessuno. Saremo solamente più umani (Viviana Musumeci)

 

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