E se la chiusura delle cheap chain fosse un bene per la sostenibilità?

fast fashion

Il covid 19, come è noto, ha portato a un lockdown di cui si sentono ancora gli effetti oggi; il mondo della moda è stato uno di quelli più colpiti da questo stop imposto quasi dappertutto, e, un settore in particolare ha riportato molti danni, tanto da dover serrare le saracinesche di molti punti vendita: le cheap chain e il fast fashion.

La domanda di abiti è crollata, anche se l’online ha, parzialmente, retto il colpo. H&M ha dichiarato di aver perso il 46% delle vendite e per questo ha chiuso 3.441 negozi di cui 8 in Italia. Il suo competitor, Zara ha registrato un calo di vendite che ammonta al 24% e per questo ha chiuso, temporaneamente, oltre la metà dei negozi.

Secondo la società di analisi McKinsey per tutto il 2020 continueranno a diminuire le vendite (questa fotografia non riguarda solo il fast fashion) e la ripresa è ancora lontana, anche perché con l’atmosfera di insicurezza che si continua a respirare, le famiglie pensano a tutt’altro che allo shopping per abbigliamento e accessori.

Ma noi di Gaiazoe.life, che amiamo il Pianeta e facciamo una divulgazione che consenta di diminuire l’impatto anche nel consumo e negli acquisti, non possiamo non sottolineare come le aziende che operano nel fast fashion spesso in passato, ma anche ora (alcune) non siano state sostenibili, né con l’ambiente, né con le persone.

Uno speciale dell’inglese Guardian insieme all’Unicef ha approfondito il tema dimostrando come ci siano ancora troppi bambini nei Paesi poveri sfruttati come lavoratori, soprattutto nel mondo della moda che è alla base del fast fashion, che vengono così sottratti al loro diritto alla scolarizzazione e a vivere una vita dignitosa, in cambio di pochi soldi.

In un articolo apparso di recente su Forbes (LINK) la marketer e contributor Syama Meagher ha raccontato e illustrato come questo fenomeno sia sotto gli occhi di tutti e accettato anche dai consumatori occidentali (ndr gli stessi che si scandalizzano per la schiavituù sessuale a cui sono sottoposti molti bambini e minori nei Paesi sottosviluppati, ma che accettano la schiavitù, quando si tratta di produrre capi poco costosi). Nell’articolo l’autrice sottolinea come non sia più nemmeno necessario recarsi nei Paesi poveri per arruolare lavoratori bambini, visto che nei dintorni di Los Angeles alcune aziende segregavano e sfruttavano lavoratori (spesso immigrati senza documenti che non facevano in tempo a superare il confine per essere confinati in queste fabbriche lager) per la realizzazione di capi fashion: insomma la schiavitù la creiamo anche a casa nostra.

E allora non può non sorgere una domanda, un po’ corsara che, probabilmente non piacerà ad alcuni:

ma sarebbe così tragico se le cheap chain e il fast fashion scomparissero?

Per noi di Gaiazoe.life no e qui vi elenchiamo le ragioni:

  1. il fast fashion è un’industria che sfrutta il dumping economico, ovvero gioca in maniera scorretta dal punto di vista delle regole di mercato poiché dislocando in paesi dove il costo della manodopera è bassissimo, crea una concorrenza sleale nei Paesi in cui, poi, gli abiti vengono venduti. Se una maglietta viene acquistata a 5 euro, quanto è costata la sua produzione? Ve lo siete mai chiesto?E non sapete che il prezzo lo state pagando ancora voi perché sottraete risorse al vostro Paese, impoverendolo?
  2. le persone che lavorano per questo tipo di prodotto è, nella maggior parte dei casi, sfruttato. Quando fate indossare degli abiti ai vostri figli che pagate pochissimo, ricordatevi che in qualche altro Paese bambini dell’età dei vostri figli hanno, quasi certamente, confezionato quell’abito.
  3. Quando le persone vengono sfruttate, esistono anche meno leggi e diritti e questo fa sì che la sicurezza non sia assicurata loro, ma nemmeno agli abiti che vengono realizzati, per questo l’ambiente viene rovinato (guardate il lungometraggio River Blue) e gli abiti possono causare danni anche a chi li indossa
  4. se una mega azienda non è interessata ai diritti dei lavoratori che producono i capi che vende, non lo è nemmeno ai lavorati che lavorano presso le loro sedi. E’ la cupidigia da arricchimento che vige come regola principale, quindi, quando si crea un problema, anche se un’azienda ha guadagnato 5 volte la ricchezza di una nazione, se vuole chiudere i negozi e lasciare a casa la gente lo fa, perché i lavoratori sono un peso.

Per questo motivo, se il paradigma della sostenibilità deve mutare definitivamente, è probabile che si debba passare anche attraverso un periodo di assestamento e di cambiamento il sistema. Non sarà facile, ma per un mondo migliore dove i diritti dei lavoratori vengono rispettati, si può tentare (Viviana Musumeci)

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